Il Bloody Sunday

13 Gennaio 2012


La Domenica di Sangue del 30 gennaio 1972 è senza alcun dubbio uno dei momenti più drammatici della recente storia dell’Irlanda del Nord: segnò il culmine delle tensioni sociali, politiche e religiose maturate tra la maggioranza protestante filo britannica e la minoranza cattolica repubblicana . In seguito alla nascita del Libero Stato d’Irlanda (1921), le sei contee nordirlandesi si erano infatti costituite in un’entità autonoma dalla neo costituita nazione, rimanendo comunque fedeli al Regno Unito. Negli anni a seguire, il clima politico e sociale si fece sempre più teso fino a sconfinare nella violenza a causa della ferma contrapposizione tra i sostenitori dell’appartenenza dello Stato al Regno Unito e i fautori della riunificazione all’Irlanda. I primi, chiamati unionisti o lealisti, costituivano i due terzi della popolazione nordirlandese ed erano di fede protestante, discendenti dei coloni britannici giunti in Irlanda a partire dal XVI secolo; i secondi, definiti nazionalisti o repubblicani, rappresentavano il restante terzo di popolazione, ma allo stesso tempo la stragrande maggioranza se si considera l’intera isola in quanto discendenti degli antichi irlandesi, ed erano di religione cattolica.

I governi unionisti che si succedettero nell’Irlanda del Nord a partire dalla divisione dell’isola attuarono una politica fortemente discriminatoria nei confronti dei cittadini ideologicamente e religiosamente legati all’Eire: vennero ad esempio ridisegnati i confini elettorali, in modo tale da inserire i cattolici nelle circoscrizioni a netta maggioranza protestante per estrometterli dal potere, e fu al contempo vietato l’insegnamento del gaelico in favore di quello esclusivo dell’inglese. I governi unionisti emanarono poi una norma speciale che prevedeva l’internment, ossia la possibilità per le forze di polizia di imprigionare un individuo risultato sospetto a tempo indeterminato senza regolare processo, essendo sufficiente a riguardo l’approvazione del Ministro degli Interni. Le vessazioni delle minoranze irlandesi vennero fatte proprie dai militanti dell’IRA, che reagirono a tali discriminazioni con una serie di attentati nei confronti dei simboli della politica unionista, colpendo in primo luogo l’odiato corpo di polizia della Royal Ulster Constabulary. Le forze armate unioniste risposero colpendo direttamente i cittadini cattolici, non riuscendo a scovare i membri dell’IRA. Alla fine degli anni ’60 i disordini aumentarono al punto che il governo britannico si vide costretto ad inviare l’esercito per separare le parti in lotta. I cattolici considerarono però tale mossa come un appoggio alla fazione dominante, tanto che nel 1969 l’IRA uccise il primo soldato inglese.  
 
Le azioni dell’IRA vennero affiancate da altre iniziative di stampo pacifico, come le manifestazioni organizzate dal NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) per protestare in generale contro la discriminatoria politica unionista e più in particolare contro la pratica dell’internamento forzato che negava ai detenuti le basilari garanzie procedurali. Anche nei confronti di queste dimostrazioni lo Stato nordirlandese reagì però in maniera brutale: nel biennio 1968-69 le diverse manifestazioni organizzate a Belfast e Derry vennero duramente represse da polizia e militanti unionisti che, armati di spranghe, bastoni e pietre, non esitarono ad attaccare i dimostranti. Gli stessi ghetti repubblicani di Derry (concentrati nel quartiere di Bogside) vennero assaliti da estremisti e forze dell’ordine, ai quali coloro che vi abitavano risposero erigendo barricate e creando zone franche alle quali fu impedito, spesso con la violenza, l’accesso alle forze governative ed ai militanti unionisti. Nell’agosto del 1969 una nuova ondata di violenze si abbatté sui quartieri nazionalisti dei principali centri urbani con il tragico bilancio di 500 case incendiate, 1.500 persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e 9 morti. L’arrivo dei soldati britannici non produsse alcun effetto se non quello di dare ulteriore peso alle forze unioniste.
 
Il 30 gennaio 1972 una nuova grande manifestazione, seppur non autorizzata dal governo unionista, si tenne per le strade di Derry. Scopo della marcia era, ancora una volta, la protesta nei confronti della pratica dell’internment. Il gabinetto britannico pensò di sfruttare l’occasione per colpire il NICRA e per usare il pugno di ferro nel caso in cui l’IRA fosse intervenuta, tanto che già alcune ore prima della dimostrazione dislocò nella cittadina nordirlandese il reggimento speciale dei parà dotandoli di fucili automatici calibro 7,62. Quasi diecimila persone si riunirono a Derry nel quartiere di Creggan con l’intenzione di marciare verso la Guildhall Square, la piazza del Municipio, dove si sarebbe tenuto il raduno. Già nel corso della marcia si verificarono i primi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, le quali risposero alle pietre e agli oggetti lanciati con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Molti dei partecipanti furono così costretti a trovare rifugio nel Bogside, dove divennero però preda dei paracadutisti che avanzarono nel cuore del quartiere per arrestare il più alto numero di dimostranti possibile. A fronte delle resistenze dei manifestanti i parà, su ordine del colonnello Wilford, aprirono dunque il fuoco contro i civili disarmati uccidendone tredici (un quattordicesimo sarebbe morto qualche mese dopo per le ferite riportate); ben otto di questi avevano tra i 17 e i 20 anni. Due invece i manifestanti rimasti feriti in seguito all’investimento da parte di veicoli militari.
 
La prima, immediata, conseguenza della strage fu un arruolamento di massa dei repubblicani nelle file dell’IRA, al punto che l’organizzazione militare ebbe serie difficoltà ad assorbire tutte le reclute. La Gran Bretagna reagì sciogliendo il governo e il Parlamento nordirlandesi per agire in prima persona sul territorio, ampliando i poteri di esercito e polizia e quindi accrescendo ulteriormente la tensione tra i due schieramenti: scontri e attentati proseguirono così per tutti gli anni ’70 e ’80 nel tentativo dei repubblicani di forzare il cambiamento politico e degli unionisti di mantenere lo status quo. Il Bloody Sunday era stato di fatto un punto di non ritorno nella storia dell’Irlanda del Nord, dimostrando che nessuno strumento democratico avrebbe potuto modificare lo stato di segregazione nel quale si trovavano i cattolici nel territorio nordirlandese.
 
Nei mesi immediatamente successivi al massacro il governo britannico aprì un’inchiesta, affidata a Lord Widgery, per fare luce sui fatti del Bloody Sunday. Il rapporto che ne scaturì assolse i soldati dall’accusa di omicidio, spiegando che i militari non avrebbero attaccato per primi, limitandosi a rispondere al fuoco nemico. Alcuni soldati vennero così addirittura premiati dalla Regina d’Inghilterra.
 
I risultati dell’inchiesta non convinsero però buona parte dell’opinione pubblica, tanto che la caccia alla verità proseguì. Un giornalista di Derry, Don Mullan, negli anni successivi raccolse infatti prove e testimonianze schiaccianti nei confronti dei soldati, le quali nel 1998 vennero pubblicate nel suo libro “Eyewitness Bloody Sunday” . L’ex primo ministro inglese Tony Blair si vide dunque costretto a riaprire i lavori per cercare di fare finalmente luce su quei tragici eventi. Iniziata nel 2000, la nuova inchiesta, affidata a Lord Saville e ad altri due giudici internazionali, si è protratta fino a febbraio 2005, mese in cui venne ascoltato l’ultimo testimone. E’ stata questa la più lunga ed importante indagine mai svolta nel Regno Unito, che ha visto coinvolti centinaia di persone tra militari, civili, giornalisti, fotografi, preti, politici, membri dell’intelligence, ognuno dei quali ha fornito la propria testimonianza sul Bloody Sunday. Nel corso delle udienze emerse l’agghiacciante verità che la decisione di aprire il fuoco contro i civili disarmati non fu dettata dall’emergenza del momento, derivando invece preventivamente dagli alti comandi militari. La relazione finale, presentata nel giugno 2010, affermò dunque che la sparatoria dei paracadutisti inglesi fu del tutto ingiustificata, essendo le vittime completamente disarmate, e riconobbe che in occasione dell’inchiesta di Lord Widgery alcuni soldati dichiararono il falso, fornendo ricostruzioni errate dei fatti avvenuti. Le parole del nuovo primo ministro britannico David Cameron rilasciate in tale occasione hanno chiuso il sipario del dubbio sulla vicenda: “Sono patriottico e non voglio mai credere a niente di cattivo sul nostro Paese, ma le conclusioni di questo rapporto sono prive di equivoci: ciò che è successo il giorno di Bloody Sunday è stato ingiusto e ingiustificabile. È stato sbagliato. I civili uccisi morirono a causa di una sparatoria ingiustificata.”  Oggi non resta invece che conservare la memoria di quei tragici eventi, il cui ricordo è affidato ai distensivi murales raccolti a Bogside che ripercorrono i principali momenti degli scontri verificatisi in quella che viene ora denominata Free Derry.



                  
Autore: Federico Chitarin