La visita di Nixon a Pechino
7 Febbraio 2012
La ricomposizione dei rapporti tra Stati Uniti e Cina
La visita del Presidente americano Nixon in Cina del febbraio 1972 fu un importante passo verso la normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Il silenzio diplomatico tra i due Paesi durava ormai da più di venti anni: gli USA non avevano infatti riconosciuto il nuovo governo cinese proclamato da Mao Tse Tung il 1° ottobre 1949, mantenendo al contrario i rapporti ufficiali con la Repubblica Nazionalista cinese di Taiwan presieduta a partire dal 1° marzo 1950 da Chiang Kai Shek. La scelta americana era dettata tanto da considerazioni di politica interna che rispondevano alla feroce campagna maccartista, peraltro fermamente sostenuta in questo caso dalla China Lobby, un gruppo di associazioni che si impegnavano a garantire il sostegno politico ed economico al governo di Chiang, quanto dalla globale lotta al comunismo legata alla logica della guerra fredda. Del resto nel febbraio del 1950 Pechino stipulò con Mosca un Trattato di alleanza e reciproca assistenza, entrando così a pieno titolo all’interno del blocco sovietico. Nel giugno successivo scoppiò poi la guerra in Corea, alla quale la Repubblica Popolare Cinese prese parte attiva con l’invio dei volontari a sostegno di Kim Il Sung: Stati Uniti e Cina si trovavano così contrapposti in uno scontro militare diretto. Nel dicembre 1950 gli USA disposero un embargo totale sulle esportazioni verso la Cina, mentre nel maggio 1951 le Nazioni Unite ordinarono agli Stati membri il rispetto del divieto di vendere armi e materiali bellici sia alla Corea del Nord che alla Repubblica Popolare Cinese.
Per tutti gli anni ’50 permase una forte ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Cina di Mao. Eisenhower si impegnò infatti per la strenua difesa di Taiwan a livello ideologico e strategico: la responsabilità morale di difendere un sistema sociale libero dalle mire del totalitarismo comunista era strettamente legata alla necessità di garantire la sicurezza dell’isola per assicurarsi un avamposto militare di fondamentale importanza nel caso dello scoppio di un conflitto in quell’area geografica. La Cina, dal canto suo, reagì con un convinto sostegno politico, economico e militare agli Stati comunisti vicini ai propri confini e appoggiando le forze socialiste dei vari Paesi nella lotta contro l’imperialismo americano; tra il 1954 ed il 1958 ripetuti cannoneggiamenti colpirono poi le isole di Quemoy e Matzu nello stretto di Taiwan.
Il decennio successivo fu invece caratterizzato da una progressiva distensione dei rapporti tra i due Stati, soprattutto per iniziativa americana (nel 1966 vennero istituite due commissioni per promuovere specifici studi sulla Cina). La guerra in Vietnam vide Washington e Pechino nuovamente schierati in due fronti contrapposti, ma questa volta non vi fu il diretto intervento cinese nel conflitto. Sia Stati Uniti che Cina erano però eccessivamente presi da questioni più urgenti (il negativo andamento della guerra in Vietnam per i primi, la Rivoluzione culturale per la seconda) per prestare la dovuta attenzione al tema della ricomposizione dei rapporti.
Il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina subì una rapida accelerazione durante la presidenza Nixon. Il nuovo Capo di Stato americano, insediatosi alla Casa Bianca nel gennaio del 1969, attribuiva infatti una rilevante importanza strategica alla definitiva ricomposizione delle relazioni con la Cina. Il crescente deficit economico imponeva agli Stati Uniti la riduzione dei finanziamenti destinati agli interventi bellici nel mondo: la stessa guerra del Vietnam gravava anno dopo anno le deboli casse dello Stato, oltre a generare manifestazioni e contestazioni sempre più radicali. Il Presidente degli USA trasformò così la necessità di diminuire gli interventi economici e militari in Asia in quella che sarebbe passata alla storia come la dottrina Nixon. Elaborata il 3 novembre 1969 e ribadita il 18 febbraio 1970, essa escludeva una partecipazione automatica degli Stati Uniti in eventuali guerre tra altre potenze asiatiche, prevedendo di fatto una riduzione della presenza militare americana in Oriente. I Paesi alleati con gli USA, fino a quel momento sostenuti dagli aiuti americani, nel caso di una minaccia bellica dovevano ora iniziare a provvedere in maniera più autonoma alla propria difesa. Per evitare che il vuoto inevitabilmente lasciato dagli Stati Uniti venisse colmato dall’Unione Sovietica, Nixon si attivò per cercare di riallacciare i rapporti con la Cina, sfruttando gli attriti emersi nella seconda metà degli anni ’60 tra le due potenze comuniste. Diverse erano le opportunità che vedeva Nixon in un’alleanza cino-americana: innanzitutto avrebbe fatto sentire l’Unione Sovietica accerchiata e minacciata, obbligandola così a nuovi passi di distensione verso gli Stati Uniti. Ancora più importante l’effetto che avrebbe avuto sull’andamento della guerra in Vietnam: con l’aiuto di Pechino Washington avrebbe potuto convincere i comunisti vietnamiti a raggiungere un accordo che avrebbe permesso agli USA di ritirarsi senza dover fare concessioni giudicate inaccettabili in patria. La ricomposizione dei rapporti con la Cina avrebbe infine presentato all’amministrazione Nixon l’opportunità di aprire un nuovo mercato internazionale, arginando così almeno in parte la crisi economica.
Le relazioni tra Cina e Unione Sovietica, d’altro canto, avevano subito negli anni ’60 un progressivo deterioramento. Nel 1960 quest’ultima denunciò il Trattato di Cooperazione Atomica e ruppe gli accordi economici precedentemente stabiliti, richiamando in patria i tecnici inviati in Cina. I disaccordi e le polemiche crebbero esponenzialmente da ambo le parti: i sovietici in particolare criticavano il culto della personalità di Mao e la sua scellerata idea del Grande Balzo in avanti ed il tentativo cinese di contestare a Mosca il ruolo privilegiato di centro dell’ortodossia comunista. I cinesi, da parte loro, negli anni della Rivoluzione Culturale (1966-67) manifestarono avversione e timore nei confronti dell’espansionismo dell’Unione Sovietica, annoverata in quel periodo nella categoria dei Paesi sfruttatori dietro la definizione di “social-imperialismo”; l’invasione della Cecoslovacchia nella primavera del 1968 non fece altro che avvalorare tale tesi. La stessa integrità territoriale cinese venne messa a rischio in seguito ad una serie di scontri ed incidenti avvenuti nel 1969 lungo il confine tra i due Stati. La degenerazione dei rapporti con l’Unione Sovietica e la preoccupazione per un eventuale attacco dal nord spinsero così il governo cinese a seguire la strada del risanamento delle relazioni con gli Stati Uniti. Anche per la Cina si aggiungevano poi ragioni di carattere economico che avvaloravano tale scelta: il recupero dei rapporti con gli USA avrebbe permesso l’importazione di quelle tecnologie necessarie per la propria modernizzazione, oltre ad una facilitazione degli scambi con il Giappone e l’Europa Occidentale. Per la Cina era questa la soluzione all’isolamento politico ed economico in cui era piombata dopo la rottura con l’Unione Sovietica.
Tra il gennaio ed il febbraio del 1970 gli ambasciatori americano e cinese in Polonia si incontrarono a Varsavia per ammorbidire le posizioni dei rispettivi Paesi riguardo la questione di Taiwan, aprendo così la strada alla definitiva riconciliazione tra i due governi. Il passo seguente fu l’invito rivolto nell’aprile 1971 dallo stesso Mao alla squadra americana di ping pong, reduce dai Campionati Mondiali di Tennistavolo in Giappone, a visitare la Cina. I membri del team e i giornalisti al seguito accettarono di buon grado la proposta ed il 10 aprile giunsero in Cina, fermandosi una settimana tra partite dimostrative e visite guidate. “Una pallina ha smosso il mondo” affermò orgoglioso il Primo Ministro cinese Chou En Lai nel corso della cerimonia di benvenuto organizzata a Pechino in onore della squadra americana. L’evento, che ebbe una forte risonanza mediatica, inaugurò in effetti la cosiddetta “diplomazia del ping pong” e favorì un’intensificazione dei contatti cino-americani, preparando il terreno alla visita di Nixon del febbraio successivo. Nel luglio e nell’ottobre del 1971 il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli USA Henri Kissinger si recò personalmente in Cina per concordare le modalità della visita che avrebbe poi effettuato il Presidente. La presenza di Kissinger fu anche l’occasione per i rappresentanti dei due Stati di confrontarsi sulla situazione politico-strategica dell’Estremo Oriente, dando particolare attenzione al ruolo che avrebbero inteso svolgere Stati Uniti e Unione Sovietica in quell’area. Nello stesso mese di ottobre la Repubblica Popolare Cinese veniva ufficialmente ammessa all’ONU.
L’11 febbraio 1972 Nixon approvò una serie di proposte per l’agevolazione dei rapporti commerciali con Pechino, decretando che tutti i prodotti esportabili in Unione Sovietica sarebbero stati disponibili anche per la Cina. Il viaggio del Capo di Stato era ormai maturo: il 21 febbraio Nixon atterrò nella capitale cinese, ove si trattenne una settimana. Nel corso della sua visita il Presidente americano ebbe frequenti conversazioni sia con Mao che con Chou En Lai, risultato delle quali fu la stesura del Comunicato congiunto cino-americano di Shanghai, firmato dalle due parti il 28 febbraio. Tale documento sottolineava il grande mutamento intervenuto nei rapporti tra i due Paesi. Cina e Stati Uniti rinunciavano all’uso della forza per risolvere eventuali controversie, dichiarando al tempo stesso di voler contrastare qualsiasi aspirazione egemonica da parte di altre nazioni, con un chiaro riferimento alle mire espansionistiche sovietiche; si impegnavano a tutelare le rispettive sovranità e integrità territoriale, senza alcuna reciproca interferenza negli affari interni; assicuravano inoltre di non prendere parte ad accordi che potessero danneggiare l’altra parte, promuovendo al contrario reciproci scambi commerciali e culturali. La questione Taiwan venne invece di fatto lasciata in sospeso: la parte cinese ribadì che la Repubblica Popolare era l’unico governo legittimo in grado di rappresentare la Cina, di cui Taiwan altro non era che una semplice provincia dalla quale si dovevano ritirare tutte le forze militari americane. Veniva dunque fermamente respinta l’idea di “due Cine” o di “una Cina e una Taiwan”. Gli Stati Uniti, dal canto loro, auspicarono una soluzione pacifica della questione di Taiwan da parte dei cinesi stessi, confermando il ritiro dall’isola delle proprie forze e installazioni militari e impegnandosi a riconoscere l’esistenza di una sola Cina, senza però legittimare alla guida del Paese né il governo comunista di Pechino né quello nazionalista di Taipei. Entrambe le parti si augurarono infine che i risultati della missione di Nixon aprissero nuove prospettive per le relazioni cino-americane, giudicate necessarie tanto per gli interessi dei due popoli quanto per il raggiungimento di una definitiva distensione in Asia e nel resto del mondo. La necessità di risolvere i comuni problemi di sicurezza aveva di fatto relegato in subordine i motivi di contrasto ideologico che da più di venti anni contrapponevano le due potenze.
La pubblicazione del Comunicato di Shanghai segnò a tutti gli effetti la fine dell’isolamento tra i due Paesi e l’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali, tanto che il 1° gennaio 1979 Cina e Stati Uniti allacciarono ufficialmente le relazioni diplomatiche.
Autore:
Federico Chitarin