Quarant’anni all’ombra della Luna Rosa

Il 25 febbraio 1972 esce per l’etichetta discografica Island
Pink Moon, uno degli album indimenticabili del folk acustico britannico, autentica pietra miliare nella storia del cantautorato. Breve, spoglio, elusivo, enigmatico, eppure così denso di segreti inconfessati: misterioso proprio come il suo autore, Nick Drake, appena ventitreenne all’epoca dell’uscita del disco nei negozi. Come i precedenti, anche questo suo terzo lavoro venderà poco, alcune migliaia di copie: verrà definitivamente riscoperto soltanto a metà degli anni Novanta, aprendo le porte ad un seguito e ad una popolarità ai limiti dell’idolatria nonostante la prematura morte di Drake, nel novembre 1974.
Un mistero che per decenni resterà custodito da pochi fedeli, quei pochi che ebbero la fortuna di ascoltarlo dal vivo in uno dei suoi pochissimi concerti, incuriositi magari dai paragoni (infondati) che qualcuno fece con il coetaneo e più illustre collega Cat Stevens. Fragile come un salice piangente, affetto da gravi turbe psichiche, sociopatico e dipendente da antidepressivi, Nick Drake è un affascinante ex-studente universitario che ha perduto la strada, scoraggiato dall’assenza di riscontri relativi ai suoi primi due album di studio, “Five Leaves Left” e “Bryter Layter”, sprofondati nell’anonimato malgrado alcune ottime recensioni. Del resto, Drake si è sempre, categoricamente rifiutato di pubblicizzare il frutto della sua creatività, di esporsi al music business così da far circolare il suo nome ben oltre le ristrette cerchie di amici ed irriducibili del folk: in tutta la sua pur breve carriera concede soltanto un’intervista radiofonica. Combatte per l’ultima volta con i suoi demoni prima di incidere “Pink Moon”, in due sole sedute di registrazione notturne nell’autunno del 1971, alla presenza del solo tecnico del suono. Sono undici canzoni per sola voce e chitarra acustica, ammalianti e incantate, permeate di un cupo sentore.
Drake appare perfettamente consapevole della sventura alle porte e nel testo della canzone che dà il titolo all’album profetizza: “L’ho visto scritto e l’ho visto dire/la luna rosa è in cammino/e nessuno di voi starà così in alto/la luna rosa vi prenderà tutti”. Il dolcissimo accompagnamento di chitarra vorrebbe in qualche modo esorcizzare il male, così come quei pochi e sensuali accordi di pianoforte che sottolineano uno stato d’animo: sospeso su una stella, in una dimensione ultraterrena. Il sostegno dell’amata, amorevole famiglia sembra non fare più la differenza: il padre Rodney, commerciante di legname, la madre Molly, poetessa e musicista dilettante; neppure la sorella maggiore Gabrielle, futura attrice di cinema e televisione. Ognuno di loro aveva donato tutto l’affetto possibile al giovane Nick, proteggendolo dall’innata malinconia presso la dimora familiare, “Far Leys”, una grande villa a due piani coperta di mattoni rossi, con il giardino e le colline del Warwickshire in lontananza.
Eppure Nick sente ancora il bisogno di una guida, “una strada da percorrere fino in fondo”, come canta in “Road”.
Il pessimismo cosmico e il romanticismo naif à la John Keats che alimentano la sua poetica sono stemperato da alcuni bei momenti chitarristici: cerchi concentrici, arpeggi caldi, pieni di serenità. In “Which Will” si rivolge a qualcuno, ancora una presenza risolutiva cui Drake chiede: “Chi vorrai?/chi amerai?/chi sceglierai tra le stelle lassù?/Per chi danzerai?/Chi ti farà risplendere?”. Drake è ormai perfettamente cosciente del muro innalzato sulla società in anni di auto-reclusione e non-comunicazione. “Things Behind The Sun” è il punto più lirico e inquieto del disco: Nick prende per la prima volta il coraggio a quattro mani e sceglie di dire la verità.
Sulla società contemporanea che non gli somiglia, composta da opportunisti, arroganti e superficiali, dispensatori di una bellezza effimera, “presa in prestito”. Drake esorta l’ascoltatore (ma è come se parlasse di fronte allo specchio) a guardarsi da tutto ciò. Usare la sincerità per essere rispettati, senza troppa fretta, restando semplicemente se stessi. Evitare la timidezza ed esprimersi, far entrare la luce del sole per poter finalmente correre felici. Una pia illusione nel caso di Nick Drake, il quale orami sembra aver chiuso i conti con la vita reale e sociale.
Per lui sembra esserci sempre meno spazio e tempo. Il giro di vite si fa insopportabile: “cadendo veloce/cadendo libero/vai in cerca di un amico/cadendo veloce/cadendo libero/questa potrebbe essere la fine”. Drake prevede ancora la disfatta ma stavolta sembra stoicamente sereno. Il sogno paradisiaco resta impresso nell’ultimo brano, “From The Morning”. Finalmente c’è un’alba all’orizzonte. Una fine ed un inizio. Scompare la paura della notte, prende a soffiare un’ “aria bellissima”, una strada lastricata di “percorsi colorati e senza fine”. Drake lascerà per sempre il suo appartamento londinese poco dopo l’uscita del disco per fare ritorno a casa dei suoi, nella campagna inglese, poche ore a nord della capitale. Morirà nel novembre del 1974 per un errore di dosaggio di alcuni farmaci, un gesto letto da alcuni come suicidio. Le canzoni contenute in “Pink Moon” forniscono ancora oggi, più di ogni altra cosa, il vero appiglio per decifrare l’anima di Nick Drake, indagarne il segreto patimento.
Autore:
Ariel Bertoldo