vita sei bella, morte fai schifo


Dal blog Loscarafaggio, di Daniele Repetto

Sono passati 25 anni da quella sera che Claudio Villa se ne è andato. Alla sua maniera, irrompendo ancora una volta al Festival di Sanremo, quel Festival che lo aveva visto tante volte protagonista. Cinque anni fa, per il ventennale, Roma aveva voluto ricordare il “reuccio” di Trastevere. Quest’anno invece niente. Forse al sindaco della Capitale Gianni Alemanno non piacciono le sue canzoni. Oppure non gli piacciono le persone come Claudio, vere, spontanee, abituate a dire quello che pensano, che disprezzano i compromessi. Libere, insomma.
Per quel che mi riguarda, mi limito a riproporre un pezzetto scritto nel 2007 per il magazine Memori mese.
Io Claudio lo ricordo così.

 
 
La voce al telefono era quella di sempre, il tono allegro. “Ti devo dare una bella notizia… sto in ospedale… un malore, niente di serio. Se passi domattina facciamo la notizia”. Quando il mattino seguente andai al Policlinico Gemelli era sdraiato su una barella, aveva appena finito di fare un esame e lo stavano riportando nel reparto di terapia intensiva. Mi avvicinai e chiesi alla dottoressa che lo accompagnava come stesse Claudio.
“Parli liberamente, è un amico”, le disse lui prevenendo le obiezioni del medico. La diagnosi era tranquillizzante: un po’ di affaticamento dovuto anche ai postumi di una recente tournee in Giappone. Niente di cui preoccuparsi. Il cuore di Claudio è forte, aggiunse la dottoressa. Tornai in redazione, scrissi la notizia e la trasmisi per agenzia. Un paio d’ore dopo l’ospedale era pieno di cronisti. Un fotografo riuscì anche a salire al reparto e a fotografare Claudio nel suo letto.
Tornai da lui la mattina dopo, era contento. Gli piaceva che i giornali parlassero di lui. Ci sentimmo ancora nei giorni successivi, ogni tanto passavo a salutarlo. Poi il silenzio. Claudio era stato trasferito in un ospedale del nord per una delicata operazione al cuore.
E la sera del 7 febbraio, mentre guardavo in tv la serata finale del Festival di Sanremo, appresi anch’io come molti milioni di italiani, in diretta televisiva, che Claudio non ce l’aveva fatta.
La prima volta che lo avevo incontrato era stato durante una conferenza stampa. Dolores Ibarruri, la Pasionaria della Guerra di Spagna, era di passaggio a Roma prima di far rientro da Mosca nella Madrid del dopo Franco. Assieme a Enrico Berlinguer e a Santiago Carrillo, segretario del Pce, aveva incontrato i giornalisti in un albergo romano. A un certo punto era entrato nella sala un tizio vestito con una tuta da motociclista giallo canarino. Si era diretto deciso al tavolo degli oratori e si era seduto accanto a loro. Era Claudio Villa, comunista da sempre, venuto a salutare il “suo” segretario.
Poi lo avevo rivisto a Sanremo. Era il 1982, il Festival dello “scandalo” della sua eliminazione, della minaccia di fermare la manifestazione. Era stato convocato in Pretura assieme all’organizzatore. Dietro la porta chiusa della stanza del magistrato si sentivano le sue esplosioni di rabbia, le imprecazioni, il rumore dei pugni sbattutti sulla scrivania del giudice. Era convinto che la sua eliminazione fosse opera di Gianni Ravera, patron della manifestazione e ormai suo ex amico. Non riuscì a ottenere la riammissione in gara, ma i giornali quell’anno parlarono quasi solo di lui.
Qualche giorno dopo ci incontrammo a Roma e diventammo amici. Merito forse della moto che avevo all’epoca che lui esaminò con attenzione e promosse con un cenno di assenso. Ci sentivamo spesso, ogni tanto veniva a trovarmi in redazione, facevamo lunghe chiacchierate e si finiva sempre a parlare di figli, soprattutto delle sue figlie, che adorava.
Fino a quella telefonata e all’annuncio di Pippo Baudo, conduttore del Festival, pochi minuti prima che Gianni Morandi, Umberto Tozzi e Enrico Ruggeri salissero in lacrime sul palco per cantare la canzone con la quale avevano vinto la gara, “Si può dare di più”.
La dottoressa del Gemelli si era sbagliata. Claudio Villa non aveva un cuore forte, ma grande.



Autore: Daniele Repetto