Apocalisse Pakistan • l'incipit
Anatomia del Paese più pericoloso del mondo. Di Francesca Marino e Beniamino Natale

A poco più di quaranta anni, Benazir Bhutto era diventata per la seconda volta primo ministro. Tre anni prima era stata cacciata dalla stessa carica, accusata di essere corrotta e inefficiente. Era una donna bella ed elegante. Amava parlare con i giornalisti stranieri e i giornalisti stranieri amavano parlare con lei. Di solito si presentava con dei vestiti scuri e la testa coperta da una dupatta bianca: molto occidentale, molto moderna ma allo stesso tempo molto islamica. Puntava molto sul fatto di essere la prima donna a capo di una Paese musulmano, e di essere stata eletta democraticamente.
Tutti le davano un credito esagerato. Le reti televisive la corteggiavano senza sosta e lei si concedeva spesso, parlando a lungo dei suoi progetti di riforma, del ruolo delle donne nell’Islam, del Kashmir che - sosteneva senza esitazioni - doveva far parte del Pakistan. Parlava malvolentieri del marito, Asif Ali Zardari, e concedeva al massimo qualche battuta sui suoi figli. Nulla le piaceva di più che parlare di suo padre, Zulfikar Ali Bhutto col quale ammetteva di aver avuto un rapporto “speciale”. Ci fu solo un breve periodo nel quale parlò, e sempre tirata per i capelli, del fratello Murtaza.
Colpito da un mandato di cattura per un’azione terroristica che prima aveva rivendicato e poi rinnegato, Murtaza era rimasto all’estero quando Benazir era andata al governo per la prima volta, dal 1988 al 1990. “Non so per quanto tempo i militari ti lasceranno al potere, per me è meglio restare in Medio Oriente”, aveva detto da Damasco, dove viveva da alcuni anni. Quando si tennero nuove elezioni, nell’ottobre del 1993, si presentò in un seggio per l’Assemblea Provinciale del Sindh, nella circoscrizione di Larkana, dove si trovano la casa e le terre della famiglia, e fu eletto. Il Pakistan People Party (Ppp) di Benazir vinse le elezioni di misura e prese la testa di un governo di coalizione.
Un fratello scomodo
Murtaza mancava dal Pakistan da più di sedici anni, trascorsi in un esilio prima volontario e poi forzato. Rientrò in patria solo nel 1994. Venne arrestato all’aeroporto di Karachi e trascorse otto mesi in prigione prima di essere rilasciato su cauzione, mentre il processo contro di lui era ancora in corso. Era il primo figlio maschio di Zulfikar Ali Bhutto e di un anno più giovane di Benazir (lei era nata nel 1953, lui nel ’54) e non aveva mai digerito che l’eredità politica del padre fosse toccata alla sorella. Nel 1995 aveva fondato il suo partito, chiamato Pakistan People’s Party - Shaeed (martire) Bhutto, e sfidava apertamente Benazir, accusandola di corruzione e di aver tradito l’originaria ispirazione “socialista” del partito. Lo scrittore e giornalista britannico William Dalrymple lo incontrò un mese dopo che era rientrato in Pakistan, riuscendo ad avvicinarlo in una pausa del processo in una piccola stanza nel Tribunale di Karachi. “... Lo trovai con sua madre - racconta Dalrymple - e un avvocato. La sua somiglianza col padre era impressionante: bello, molto alto e con una tendenza a ingrassare, con un’ aria che emanava sicurezza in se stesso e carisma. Disse che era contento di parlarmi: ‘A Benazir non importa quello che scrive di lei la stampa locale’ disse, ‘ma è molto sensibile a quello che leggono di lei i suoi amici a Parigi, Londra e New York’. ‘Sua sorella - gli chiese Dalrymple - ha preso contatto con lei da quando è tornato in Pakistan?’. ‘No. Nulla. Neanche una riga’...’’. “È comprensibile - incalzò lo scrittore - che lei si senta minacciata dal suo ritorno...”. “(Benazir) Dovrebbe guardare al mio ritorno come a una crescita della forza (della famiglia), non come a una minaccia’’, rispose Murtaza, che affermò di voler essere solo “un membro dell’Assemblea Nazionale”, rappresentando la circoscrizione che era stata del padre. Con ogni probabilità, non era vero. Murtaza puntava a essere lui il leader del Ppp e a scalzare la sorella nel ruolo di beniamino della base popolare del partito.
Gli stava andando male. I militanti si erano compattamente schierati con Benazir, che era stata nominata erede della dinastia dal padre sul campo di battaglia e che già si era dimostrata una leader efficiente e coraggiosa. Solo la madre, una nobildonna persiana di nome Nusrat, si era schierata col figlio maschio. “It’s amaaaaaaaaazing’’ diceva tirando a dismisura le “a’’ quando parlava di Murtaza nelle interviste alle televisioni straniere, “parla e si muove proprio come mio marito...”. Nusrat accusava Benazir - che secondo molte delle persone che conoscevano bene entrambe - non aveva mai sopportato di aver fatto “cose peggiori del generale Zia ul-Haq”, il dittatore che aveva mandato Zulfikar al patibolo.
Benazir si dichiarava indignata per il fatto che Murtaza, “invece di aiutarmi lavorando col nostro elettorato”, avesse osato sfidarla e aggiungeva che difficilmente i rapporti con Nusrat avrebbero potuto essere recuperati. “È come un vaso che si è rotto”, spiegò una volta, “si possono incollare i cocci ma non sarà mai più come prima”. Dietro al dissenso di Murtaza vedeva, forse non a torto, lo sciovinismo del maschio che rivendica l’eredità di famiglia. “Non è questo che ci ha insegnato nostro padre’’, diceva, ricordando che Zulfikar aveva “sempre sostenuto la parità dei diritti per le donne’’ insistendo perché non solo i suoi due figli maschi - Murtaza e Shahnawaz (il più giovane, nato nel 1958) - ma anche le due femmine - Benazir e Sanam (1957) - studiassero e si preparassero a un futuro lavorativo.
La rivalità tra Benazir e Murtaza era cominciata molto presto. Nella sua autobiografia, Figlia dell’Est, Benazir racconta che una volta suo padre sgridò il figlio rimproverandolo di mantenere all’estero uno stile di vita troppo stravagante, rincorrendo donne e scolando whisky nelle metropoli occidentali. In seguito accenna ripetutamente a divergenze di carattere politico e caratteriale col fratello. Murtaza aveva preso dal padre, oltre alla forte somiglianza fisica, il carattere impetuoso e le idee più radicali, che contrastavano col realismo di Benazir. Zulfikar aveva mostrato con chiarezza la sua predilezione per la figlia maggiore. Benazir, come ha raccontato lei stessa, aveva intenzione di intraprendere la carriera diplomatica e il padre l’aveva portata con sé alla conferenza di Shimla, in India, dove siglò con Indira Gandhi il Trattato di Pace seguito alla secessione del Pakistan Orientale, che divenne il Bangladesh. I bengalesi - la maggioranza della popolazione del Pakistan, che allora era composto da un’ “ala occidentale” e da un’“ala orientale”, divise da millecinquecento chilometri di territorio indiano - reclamavano il diritto a guidare il governo centrale dopo che il loro partito, la Awami League di Mujibur Rehman, aveva conquistato la maggioranza nelle elezioni politiche. Dopo aver compiuto spietati massacri di civili l’esercito pakistano, formato al 90 per cento da cittadini dell’ala occidentale, era stato sopraffatto dalla rapida avanzata verso Dacca di una forza d’intervento inviata da New Delhi a sostenere i ribelli bengalesi. Quando si aprì la conferenza, novantatremila soldati pakistani erano ancora rinchiusi nelle galere indiane.
Allora, nell’estate del 1972, Benazir aveva appena finito i suoi studi, laureandosi in scienze politiche nel prestigioso college inglese di Oxford, mentre Murtaza frequentava un’altra Università di élite, quella di Harvard negli Usa. Anche a lui, quell’ingombrante sorella maggiore non era mai piaciuta. Nella già citata intervista a Dalrymple la accusò di essere una “paranoica” preda di ciarlatani che si spacciano per veggenti e di essersi convinta che lui voleva far cadere il suo governo. “Quando mi venne a trovare a Damasco nel 1990 - raccontò - le dovetti trovare un’astrologa, una specie di maga beduina. Benazir passò con lei due ore. Fui costretto a farla entrare di soppiatto nella guest house presidenziale attraverso l’ingresso della servitù... È facile capire perché lei si senta minacciata da me se si tiene conto che è così facilmente influenzabile...’’.
Dal primo capitolo di
APOCALISSE PAKISTAN
di Francesca Marino e Beniamino Natale
Autore:
La Redazione