INCIPIT: Niuru, il diavolo dei Nebrodi
di Michele Branchi - Edizioni memori
a negghia
Ci fu un tempo in cui a San Patrizio governava la visibilità del potere. L’ordine regnava nelle menti e nei cuori, ninnava le coscienze. Tutti erano al sicuro dentro quest’ordine, nessuno pensava di esserlo. Come una madre, seducente e lappante era la potenza dell’autorità; paterna, la sua inviolabilità.
Si celebravano riti notturni nella stagione del santo. Si compivano sacrifici crudeli, espiatori e propiziatori. S’immolava l’innocenza, a salvazione della comunità. Il culto del santo dominava le anime. Il potere degli uomini dominava le anime, perpetuando il mistero dello sposalizio mistico del popolo col santo, nel sangue e nella carne consacrati dallo spirito e dal fuoco della purificazione e del rinnovamento.
Quel tempo morì insieme ai detentori del potere. La verità s’imparentò con la legge, e il potere divenne ombra di mille ombre.
Nel suo studio ambulatorio: incastonato nel disordine libresco-sanitario-farmaceutico deliberatamente anti asettico, radicato nel fervore ozioso della professione, assiso su una superiorità sorniona e un po’ sbracata, circondato dagli agi di una vita senza scosse né ansie, forse un tantino vacua, il dottor Vincenzo Monastra masticava all’angolo destro della bocca il sigarino, somministrando per telefono le dosi d’una medicina a una paziente zotica e presuntuosamente ostinata.
Di fronte, presso la scrivania zeppa d’oggetti a portata di mano, su cui torreggiava un Pc vibrante d’efficientismo informatico, lo attendeva un secondo paziente: un contadino settantenne incatramato in una maschera stolida, spenta e rugosa. Altri pazientavano in sala d’aspetto, rassegnati e deferenti a una consuetudine necessaria.
“U dutturi,” era figlio di un compaesano, dialogava in siciliano, gli portavano rispetto e lo stimavano, ma nella tonalità medio bassa riservata a uno del nuovo corso. E, nel complesso, circolava un’aria medio bassa nell’intero paese, omologandolo a una percezione piatta e incolore.
Il dottor Vincenzo Monastra poggiava su soddisfacenti pilastri familiari, professionali e finanziari.
Dopo un breve tirocinio nell’ospedale di Messina, aveva scelto di esercitare la professione nel luogo natio, dove sarebbe stato qualcuno agli occhi del proprio orgoglio, piuttosto che rodersi nel decoroso anonimato d’una turbinosa competizione cittadina.
S’era ammogliato con Lidia Mancuso, donna volitiva e di temperamento tenace, a dispetto e al riparo d’uno sguardo invetriato da un sopore costante, e di un’immagine indulgente alla sciatteria.
Lidia lo aveva reso padre di due splendidi bambini, ancora piccoli, di cui era fiero di tenere sott’occhio la crescita.
Vincenzino, era u figghiu di don Luigi, detto “u spagnolu”, per aver soggiornato in Spagna quindici anni, a seguito alla sua partecipazione volontaria alla guerra civile con le truppe italiane inviate da Mussolini in soccorso del generalissimo Franco; e di Matilde Paradiso, orfana di padre e unica erede di uno zio paterno, proprietario di qualche ettaro coltivato ad agrumi lungo la costa vicino Capo Carlo Magno.
Colto, intelligente, discretamente scaltro, agnostico e disincantato, Vincenzino dimensionava la vita e i rapporti umani entro i confini d’una consapevolezza moderatamente scettica, compiaciuta, quasi rasente la serenità interiore.
Non era, tuttavia, pacificato col creato.
La passione per la macro politica, che lo aveva riscaldato fin dall’epoca della contestazione studentesca, s’era sgonfiata, a beneficio d’orizzonti circoscritti e meno velleitari. Fra questi, primeggiava il desiderio, finora frustrato, di diventare sindaco di San Patrizio: una delle cause che gli impedivano di gloriarsi della propria posizione nell’universo.
Durante il regno trentennale del defunto prof. Mastrangelo, sindaco principe illuminato e carismatico, Vincenzino si era fatto eleggere consigliere dell’opposizione. Morto il “principe”, aveva intuito che gli elettori del suo paese non lo avrebbero premiato con la maggioranza dei suffragi, benché sulla carta non figurassero candidati migliori di lui.
S’era accontentato di sostenerne uno di sua fiducia: un uomo mite e onesto, addomesticabile, ma indomito nel perseguire ingenuamente un ideale di virtuosa amministrazione della cosa pubblica. Eletto sindaco con uno scarto di trenta voti, costui s’era subito distinto per scarsa incisività e autorevolezza, nonostante l’integrità morale e la buona volontà del suo operare. D’altronde, il nuovo sindaco si era trovato fra le mani un “principato” spogliato di titolo e d’onori, anzi, infangato dalle sublimi nequizie del passato regime. La ricostruzione avrebbe richiesto una personalità forte, o per lo meno un abile traghettatore. Nell’intimo, Vincenzino se ne lamentava, mentre a parole manteneva prudenziali distanze dal neo primo cittadino, creatura partorita anche in funzione e per merito delle sue non troppo clandestine ambizioni.
Nominato assessore, in un secondo momento aveva pretestuosamente dato le dimissioni, nel timore di essere compromesso di persona, nel caso la nuova giunta fosse incappata in un clamoroso fallimento.
Preparandosi alle prossime elezioni, Vincenzino aggiornava mentalmente l’elenco delle iniziative che si proponeva di realizzare da sindaco di San Patrizio. A pungolarvelo, non era il potere fine a se stesso. Ambiva a lasciare di sé e delle proprie capacità una testimonianza istituzionale, un’impronta calcata sulla storia del paese, consegnata alla memoria dei figli e dei nipoti.
L’idealismo utopico coltivato in gioventù e ripudiato dalla coscienza, deposto l’involucro rivoluzionario, s’insinuava fra le pieghe latenti di un obiettivo individuale, concreto e ben delimitato. Nel profondo, Vincenzino sognava di cambiare il mondo a propria immagine e somiglianza; per il benessere e nell’interesse della comunità, naturalmente, usando il luogo natio come microcosmo sperimentale.
Il suo statuto propositivo comprendeva il recupero delle radici etniche, il ritorno alle origini, alle peculiarità specifiche della cultura contadina, agli antichi mestieri artigianali. Una ricerca non snobistica, appassionata e sincera dell’autenticità, a discapito delle contaminazioni artificiose degli innesti impropri. Una sorta di poetica antropologica, simile all’illusione estetica perseguita dai pittori preraffaelliti, che in pieno Ottocento intendevano rifarsi alla pittura medievale, prerinascimentale, cancellando tutta la produzione artistica successiva.
NIURU il diavolo dei Nebrodi
di Michele Branchi
edizioni Memori
pagg 288 - euro 14,00
Autore:
La Redazione